È il terzo dossier che dedichiamo quest’anno alla sinodalità della Chiesa italiana, come emerge dal documento programmatico formulato espressamente nelle sessioni a questo tema dedicate. Abbiamo riflettuto sulla sinodalità in tutte le espressioni della vita delle parrocchie nelle diocesi; abbiamo affrontato il tema della formazione alla sinodalità di tutte le componenti della vita ecclesiale; ora dobbiamo riflettere sul futuro della sinodalità nelle comunità e su come si costruisce una comunità sinodale anche nella sua forma giuridica.
La sinodalità è modo di vivere e di operare dei credenti che sono già definiti nel Concilio come Popolo di Dio, con una sua originalità e vocazione rispetto all’essere popolazione civile o aggregativa o soprattutto anonima o somma solo di molteplici compiti che non basta denominarli solo come ministerialità.
Siamo tutti consapevoli della diffusione delle nuove forme di parrocchie che mettono assieme varie piccole parrocchie o parrocchie centrali con alcune periferiche. Come le nuove ministerialità possono essere chiamate a contribuire nel dare forma ecclesiale alle nuove concentrazioni, in una forma laicale originale e non già clericalizzata?
I consigli pastorali pure vanno rilanciati e ricevono una spinta a collaborare tra varie parrocchie. Va riconfigurata l’autorità dei pastori in nuove corresponsabilità. Esiste qualche buona esperienza che riesce a superare le rivendicazioni di appartenenza in una visione missionaria e in una progettazione di corresponsabilità di tutta la nuova parrocchia, con una presidenza della comunità, che sappia declinarsi al plurale?
Non è da oggi che gli uffici di curia non sono ridotti solo ai tria munera, ma si allargano anche a nuovi ambiti di vita, con personale laico, anche femminile. Quali elementi caratterizzano le esperienze nate in questo tempo e pure di nuovo aggiornate? Se sono nati nuovi uffici, come si superano le difficoltà di sempre nella corresponsabilità, collaborazione e pari investimenti di personale e proposte all’intera diocesi? Pur dentro una cura dimagrante delle strutture. L’esperienza della diocesi di Torino è particolarmente significativa.
Le nuove forme di parrocchia hanno spesso una presenza di vita comunitaria allargata tra preti, laici, suore, insegnanti, operatori Caritas, educatori a tempo pieno. Ci si orienta a una forma strutturata di responsabilità precise, anche canonicamente istituite che dà solidità e visibilità al nuovo stile di comunità?
Importante è la questione amministrativa delle diocesi e delle comunità: passare da una pastorale dell’amministrazione e della burocrazia a una pastorale dell’annuncio, delle relazioni. Vanno introdotti altri soggetti: quali vie individuare perché la gestione della comunità non vada più a pesare sulle sole spalle del parroco?
In questo numero contributo di Vito Mignozzi, Matteo Visioli, Plautilla Brizzolara, Alessandro Giraudo, Andrea Pozzobon, Assunta Steccanella, Dari Vitali